Non voglio essere pedante.
Però occorre riflettere su quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e spesso ignoriamo. Non si può sempre solo parlare di cinema, di giochi, di concerti o di gatti. Tutte cose che vanno benissimo e che fanno parte di noi, ma ci sono anche altre cose che fanno parte di noi.
Riporto le parole di Giovanni Urbani, morto 14 anni fa, a suo tempo direttore dell’Istituto Centrale del Restauro: “[…] come è ormai imperativo un uso discreto delle materie prime non rinnovabili, delle acque, del suolo, e di ogni altra componente naturale dell’ambiente, altrettanto lo è sottrarci a quella particolare forma di spreco che fin qui abbiamo fatto del patrimonio storico-culturale, confinandolo nel suo ruolo metafisico di bene o valore ideale, e così in realtà consegnandolo a una pura e semplice vicenda di decadenza materiale per incuria e abbandono.” *
Il patrimonio culturale insomma, va conservato e vissuto, fatto oggetto di studio e di ricerca, reso accessibile e produttivo. Non in senso strettamente economico: i beni culturali in sé non sono fabbriche di soldi, ma (quando non obliati) creano occupazione e poi, essendo attrattivi anche per chi proviene da ‘fuori’, provocano un notevole indotto economico, ma soprattutto a beneficio di tutti i cittadini, nella direzione di un miglioramento della qualità della vita e della consapevolezza culturale, oltre che dell’istruzione dei cittadini italiani (ma anche del mondo). Esso è una grandissima risorsa e come tale va trattata. Le strutture di tutela (principalmente, in Italia, le soprintendenze) devono essere anche dei centri di ricerca e di studio, dovrebbero quindi essere più aperte agli studiosi e agli studenti del settore.
Il nostro patrimonio culturale non è solo quello che si conserva nei musei. La gran
parte ce l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, e nemmeno lo vediamo. Spesso i nostri occhi non vi si posano se non fuggevolmente. Parlo anche di me. Sono i palazzi delle nostre città, le chiese, anche quelle piccoline e poco conosciute, le sculture messe là, su quella balaustra, sul coronamento di quel palazzo, dietro l’altare di una chiesa o su quel ponte. Sono le antiche architetture che emergono da un paesaggio marino, montano o di pianura e l’insieme di entrambi. Il nostro patrimonio è ciò che ci identifica come nazione rispetto alle altre, che a loro ci accomuna e che da loro ci differenzia.

So di non dire assolutamente nulla di nuovo. Sono tutte idee già espresse da personaggi di ben altro livello ed in maniera più articolata e corretta. Ma sono concetti che a mio parere non guasta mai ribadire, e soprattutto mi preme che si sappia una cosa: non sono argomenti da vecchi. Non sono discussioni riservate al parlamento, ad anziani accademici o a vecchie signore sedute davanti ad un the. Rispetto ed ammiro tutte queste categorie. A chi è più grande si deve esser grati, perché in genere ha cercato di spianarci la strada (magari maldestramente…). Ma queste sono cose di cui si interessa anche chi è giovane, magari non ha gli spazi adatti per discuterne, ma sono argomenti di nostro interesse.
Mi dispiace vedere che nessuno commenta e critica i miei accenni a questi argomenti, senz’altro è perché non li affronto nel modo corretto. Non sono scientifica né abbastanza scanzonata. Ma sono sicura che delle persone che frequentano questo blog, molte si sono fermate a riflettere due minuti.
* cit. in: Salvatore Settis, Battaglie senza eroi: i beni culturali tra istituzioni e profitto, 2005, p. 336